Un piccolo stipo con arabeschi e prospettive

Ebanista di Augsburg

Stipo, 1560 ca
Legno di quercia e frassino intarsiato in ulivo, noce, radica di olmo, acero, acero tinto verde, palissandro e altri legni non correttamente identificabili. Cm 28,5×40,5×21

“Questa città di Augbsurg era famosa già molto tempo fa e lo è ancora oggi per il lavoro svolto dagli ebanisti che ci fa guadagnare elogi all’estero e anche in patria perché qui le cose sono così ben intarsiate che nessun pittore le può emulare poiché non esistono pigmenti puri come il legno”[1]. Così recita una lettera dell’Arte degli ebanisti di Augsburg datata 1568.

Nella piccola città imperiale sveva, tra i più importanti centri commerciali dell’Europa centrale, grazie alla varietà di legni autoctoni e alla rapida evoluzione di nuove tecniche esecutive, fiorì tra Quattro e Cinquecento la produzione di preziosi arredi intarsiati. Si tratta per lo più di stipi – kabinett o kabinettschrank – scrittoi – schreibtisch o schreibschrank – ma anche cassoni nuziali, tavoli o ampi portali per le più prestigiose residenze del tempo.
Alla categoria del kabinett, scatole che nascondono cassetti e scomparti segreti, appartiene un piccolo mobile ancora inedito di recente scoperta, capolavoro di ebanisteria finemente intarsiato.
L’organizzazione compositiva è consueta, con un’anta frontale che si apre sul lato rendendo disponibile la cassettiera interna in cui undici cassetti di varie misure sono disposti attorno a un vano centrale celato da una portina. L’anta, su entrambi i lati, e il piano superiore del mobile sono intarsiati con motivi di nastri prospettici, cartouches in cui si insinuano leggeri racemi ricchi di frutti e di fiori. Ricercato è il pergolato in prospettiva all’interno delle cartouches che fanno da cornice a un vaso dal quale emerge una pianta di copiosa fioritura. Sono elementi decorativi eseguiti a tarsia mediante l’utilizzo sapiente di diversi legni colorati. Il noce, il ciliegio, l’acero, l’acero tinto verde, la radica di olmo, spesso bruniti nella sabbia rovente, conferiscono tridimensionalità attraverso effetti cromatici.

Meno consuete di queste tarsie a nastri e cartouche sono quelle che decorano i fianchi, la seconda facciata, i frontali dei cassetti interni e la piccola riserva al centro del piano superiore di bellissimo disegno, derivate dalle più belle invenzioni di arabeschi diffuse nel pieno Cinquecento attraverso i repertori d’ornato di Virgil Solis (1514-1562), di Francesco Pellegrino (?-1552) con il Livre de Moresques pubblicato a Parigi nel 1546, e di Peter Flötner (1485-1546) con il Grotesken und Moresken stampato ad Augsburg nel 1549.
Completano il mobile gli angolari a lancia in ferro, le serrature e le belle cerniere a foggia di farfalla in ferro cesellato.
Il mobile più prossimo al nostro kabinett è senza dubbio un tavolo oggi conservato presso il museo della città di Ulm[2]. L’impianto decorativo presente sul piano di questo arredo vede la contrapposizione tra il carattere grafico e astratto dei motivi moreschi intarsiati nella cartella centrale, e la resa illusionistica e tridimensionale delle cartouches con racemi fogliacei che corrono lungo il bordo, motivi quanto più prossimi a quelli intarsiati sul piccolo kabinett. Il tavolo fu probabilmente realizzato nel 1562 in occasione del matrimonio che unì Marx Rehlinger a Juliana Rot, membri di due famiglie patrizie di Ulm, cittadina non distante da Augsburg, i cui stemmi compaiono nei cartigli angolari intarsiati in avorio.

E ancora una volta non ci si deve allontanare di molto da Augsburg per rintracciare la fortuna della tarsia a motivi moreschi. Nel 1558, a Neuburg an der Donau, il conte palatino Ottheinrich fece allestire nella propria residenza due grandi portali intagliati e intarsiati[3]. Oggi dislocati nella bassa Baviera, presso il castello di Berchtesgaden, furono eseguiti nella loro struttura dall’ebanista e sculture di Neuburg Bernhard Danner. Non si conosce purtroppo il nome dell’intarsiatore che eseguì sull’anta e sulle lesene di uno dei due portali leggeri motivi moreschi quanto più prossimi a quelli presenti sul nostro kabinett.


[1] V. Spenlé, Der Madrider Kabinettschrank. Ein Augsburger Renaissance-Möbel für den Spanischen Hof. München 2019, p. 13 [2] H. Kreisel, G. Himmelheber, Die Kunst des deutschen Möbels. Von den Anfagen bis zum Hochbarock. München 1968, p. 92, fig. 198. Si veda anche A. C. Gruber, M Azzi Visentini, L’Art Decoratif en Europe. Renaissance et Maniérisme. Paris 1993, pp. 293-294 [3] H. Kreisel, G. Himmelheber, Op. Cit., pp. 86-87, figg. 186, 188-189

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