Lamech uccide Caino

Pittore emiliano attivo nell’ultimo decennio del XVI secolo

Lamech uccide Caino, post 1590
Olio su tela, cm. 93×83

Lamech, nel libro della Genesi (4, 19-24) quinto discendente in linea diretta da Caino e quinto figlio di Metusaèl è bigamo, fondatore di una stirpe di pastori, musicisti e fabbri, ma è soprattutto violento come il suo avo. Spietato e vendicativo è ricordato per il suo canto: “Ho ucciso un uomo per una scalfitura e un ragazzo per un livido. Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette.” L’episodio dell’uccisione dell’uomo “per una scalfitura”, è scolpito da Wiligelmo attorno del 1099 negli altorilievi della facciata del duomo di Modena.
Lamech compare successivamente anche nella Torah, dove è narrato l’episodio in cui l’anziano discendente di Caino, ormai cieco, andando un giorno a caccia nella foresta accompagnato da un fanciullo, forse il figlio Tubalkain, uccide, scambiandolo per una preda, il suo avo Caino addormentato nel folto della foresta. Evidentemente ingannato dal suo accompagnatore, accecato dalla rabbia Lamech uccide anche il bambino. L’episodio dell’uccisione di Caino lo troviamo in un mosaico duecentesco della cupola del battistero di San Giovanni a Firenze. E’ un episodio violento e misterioso, dalla difficile esegesi, di cui sono note solo altre due rappresentazioni nella storia della pittura e dalla scultura moderne.
Lo incide Lucas van Leyden nel 1524. Il vecchio cieco è colto nell’atto di caricare l’arco con la freccia che gli porge il fanciullo che anche indica il vecchio Caino addormentato in lontananza sotto un folto d’alberi. Lo scolpisce, assieme all’episodio dell’uccisione del bambino, Giovanni Antonio Amadeo (1447-1522) negli altorilievi della facciata della Cappella Colleoni di Bergamo eseguiti tra il 1470 e il 1475.

Una insolita scena di caccia si svolge nel folto di un antico bosco, dove scorre un ruscello, e che appena lascia intravvedere il cielo tra le chiome degli alberi. Un giovane dalla schiena nuda e il corpo appena coperto da un panno rosso, tende l’arco impugnato dal compagno quasi completamente celato dalla sua possente figura. Assieme stanno per scoccare la freccia contro un uomo anziano, sdraiato tra le radici di un groviglio d’alberi oltre il ruscello. Non un vecchio cieco e un fanciullo come nel racconto della Thora, ma due giovani che paiono personaggi mitologici. La storia del vecchio Lamech che uccide il suo avo, è sapientemente celata dietro questo apparente racconto mitologico dal chiaro sapore iniziatico che solo una profonda erudizione, a metà strada tra cristianesimo antidiluviano ed antiche fonti dell’ebraismo, può intendere.
Appare evidente la volontà del pittore di celare il poco noto racconto dietro una veste mitologica, confermata anche dal fatto che egli trasse le figure di Lamech e della sua guida, da due stampe di Hendrick Goltzius (1558-1617) che illustrano episodi delle Metamorfosi di Ovidio, incise tra il 1588 e il 1590. Dall’incisione rappresentante Arcade e Callisto, trae la figura di Lamech che tende l’arco, appena vestito da un drappo bianco sulla schiena rialzato dal vento, e parte del paesaggio boschivo in cui si insinua un ruscello. Tratta dalla figura di schiena in primo piano dall’incisione raffigurante l’Età dell’argento, è quella della possente figura che guida il cieco Lamech tendendo l’arco e indirizzando la freccia verso Caino.

Claes Jansz Visscher (da Hendrik Goltzius), L’età dell’argento e Arcade e Callisto. Incisione a bulino, Londra, The British Museum

La conoscenza di un simile repertorio grafico, propria della cultura pittorica tardo cinquecentesca dell’Italia del Nord, si fonde con la sensibilità di un ignoto pittore di chiara formazione emiliana, direttamente influenzato dalle opere giovanili di Camillo Procaccini, soprattutto dalle quattro incisioni aventi come soggetto il Riposo durante la fuga in Egitto, tutte ambientate nel folto di boschi con alberi dalle radici profonde, acquitrinosi, che lasciano appena intravvedere il cielo. Non va escluso che questo ignoto pittore possa essere stato, vista la confidenza che dimostra con le incisioni di Goltzius nel comporre il gruppo di Lamech e il giovane, un peintre-graveurs, o più propriamente un graveurs-peintre, come suggerisce il trattamento del fitto paesaggio boschivo in cui è ambientata la scena, reso da una pennellata sempre minuta, a piccoli tocchi e tratti più che a larghe pennellate, una ricerca nell’insieme più chiaroscurale che coloristica.